Tra Barilla e sugo pronto, isterismi omosex e parole proibite

Non farei una pubblicità con una coppia gay. Rispetto gli omosessuali ma noi ci rivolgiamo alla famiglia tradizionale. Se a qualcuno non piace la nostra comunicazione, può sempre scegliere un’altra pasta. Su per giù sono queste le parole usate dal patron della Barilla Guido, incalzato da Cruciani e Parenzo durante un’intervista alla trasmissione radiofonica “La Zanzara” di Radio24. Non l’avesse mai detto e, infatti, c’è voluto poco perché la sinistra guidata dall’Arcigay si mobilitasse in rete per lanciare una campagna di boicottaggio contro il marchio reazionario-sessista-omofobo-maschilista e diciamolo, pure appartenente al fottutissimo padronato capitalista, Barilla. Surreale? Fantascientifico? Eppure è proprio quello che è successo!

 

Il modello della “famiglia Mulino Bianco”

Barilla, che pure è uomo divorziato e risposato quindi non certo l’esempio della coerenza tradizionalista, ha detto ciò che pensava, forse poteva evitare di cadere nel trappolone sfilandosi ma ha solo esplicitato quella che da sempre è la comunicazione dell’azienda, il suo modello: “la famiglia Mulino Bianco”.
Modello contestabile, stucchevole (lo penso almeno da quando ho 14 anni), falsato ma pur sempre rivolto al mercato, al mercato italiano, coi suoi valori maggioritari, il suo profondo retroterra culturale. Barilla è un ente privato, va ricordato, che vende a privati e decide i suoi pubblici in autonomia. Non è costretto a rivolgersi a tutti, predilige un target. Peccato che gruppi di pressione potenti e ideologici possano diventare stakeholder imprevisti dell’azienda influenzandone le decisioni, se vogliono farlo e se si sentono tirati in causa.
Barilla ha tecnicamente “cannato” in pieno, e faceva meglio a starsene zitto anziché dare fiato ai tromboni dell’ideologia omossessualista ma ormai il danno è fatto.

 

La guerra dell’Arcigay e i reati d’opinione

Sui social si è scatenata la guerra degli “omosessualisti convinti”, e pure io mi sono divertito a far polemica contro lo ammetto. Ma a parte il tifo, divertente quanto si vuole, qual è il risvolto politico della querelle in atto?
Le truppe cammellate dell’Arcigay e del mondo modernista-progressista hanno colto la palla al balzo dell’esternazione di Barilla per spingere la legge contro l’omofobia, che è passata alla Camera con un emendamento non gradito loro perché troppo poco castigante della libertà di espressione. La legge introdurrebbe l’aggravante nei reati compiuti se si esterna contro gli omosessuali. Dici “nano di merda”? Sberletta, al massimo ammendina. Dici “finocchio schifoso”? Rischi il carcere. Precisiamo: si tratta di estendere la Legge Mancino contro la discriminazione razziale e quindi introdurre l’ennesimo reato liberticida d’opinione.
Lo rimarco perché la propaganda omosessualista sta dipingendo il disegno di legge come norma arginante i fenomeni di aggressione contro gli omosessuali. Ora, non serve ricordare che tutti i cittadini italiani sono già tutelati dal codice penale, vero? E che aggredire qualsiasi persona costituisce reato, vero? Chiarivo, non si sa mai! C’è però qualcuno che ritiene l’aggressione a persone omosessuali come un reato non previsto dalla legge, e quindi affermano che il reato introdotto non è d’opinione, mentendo chiaramente.
È evidente ai più che la norma servirebbe per impedire qualsiasi contestazione legittima (non parlo d’istigazione a delinquere!) all’ideologia omosessualista (che non rappresenta tutti gli omosessuali), come la Legge Mancino è servita per arginare le contestazioni ai fenomeni migratori. Tutti bavagli all’art.21 della Costituzione, tutti reati d’opinione.

 

La neolingua orwelliana come nuova rieducazione

Ciò che più destabilizza in questa vicenda è l’affermarsi rabbioso della volontà di castrazione del pensiero, inteso come colpa originaria da cui emanciparsi. Ne è un caso emblematico il titolo del comunicato di Arcigay che invita alle forche caudine Barilla “Siamo tutt* della stessa pasta”, con quella asterisco rappresentazione prima della neolingua livellatrice ed omologante.
Parla a tal proposito Giulio Meotti sul Foglio citando il filosofo Roger Scruton:

“Scruton sostiene che la manipolazione della verità passa attraverso la distorsione del linguaggio, come nell’opera di Orwell, sotto il nome di ‘Neolingua’. “La neolingua interviene ogni volta che il proposito principale della lingua, che è di descrivere la realtà, venga sostituito dall’intento opposto: l’affermazione del potere sopra di essa […]”.

L’ideologia manifesta di Arcigay e di quasi tutte le sinistre fautrici del politicamente corretto mira proprio alla modifica del linguaggio. Un nonnulla se non si considera che ciò che non può essere pensato semplicemente non esiste. Come quei popoli del continente che vedevano per la prima volta il mare e non avevano un termine per esprimerlo, semplicemente perché prima quella “cosa” non esisteva. L’ideologia di cui parlo non è altro che quella egalitaria e universalista. Quella cha ha in odio primariamente le diversità: sessuali, etniche, religiose, etc.
Differenze che artificialmente, ideologicamente, non sono più considerate costitutive dell’essere umano, della sua identità profonda ma stralciate come scelte d’indirizzo mutevoli, desideri tutt’al più. Via madre e padre, spazio a genitore 1-2-3 (stella!), via maschio e femmina, via i generi spazio al neutro, all’indistinto, all’informe (o deforme?).
In conclusione spero proprio che la realtà non superi mai la fantasia, altrimenti queste parole di Orwell in 1984, potrebbero diventare più che profetiche oltre che maledette:

“1984, Londra. Il mondo è diviso in tre immensi stati, due dei quali in guerra tra loro. Oceania è la società utopica, governata secondo i principi del Socing (Ingsoc), vale a dire l’ideologia del Socialismo inglese che si fonda sull’incontestabile autorità del capo carismatico, il Grande Fratello, onnisciente ed onnipresente. I suoi occhi sono telecamere che spiano nelle abitazioni, il suo braccio la “psicopolizia” (thinkpol) che interviene al minimo sospetto di “psicoreato” (crimethink), la sua coscienza si insinua in quella della gente comune e suscita il senso di colpa al solo pensiero di un’eresia. Tutto è permesso: pensare, se si aderisce anche col pensiero ai principi del Socing: amare, se lo si fa per la continuazione della società perfetta; divertirsi, se si seguono i programmi TV di propaganda del Partito”.

 

Del sangue italiano in Afghanistan

Cinquantatre morti e a noi italiani non frega assolutamente nulla, è ciò che penso. Siamo talmente imbottiti di informazioni che la morte di un soldato italiano in Afghanistan (il capitano Giuseppe La Rosa, 31 anni) non ci tocca più di tanto. Se poi si pensa che la notizia passa tra una litigata delle scimmiette di Grillo e l’ultimo servizio a Belen Rodriguez, rimaniamo freddi ed annoiati commentando con un apatico “Ah, ma dai?”. Mi spaventa il fatto che nemmeno io riesco più a provare rabbia per l’ipocrisia dell’operetta messa in scena dai nostri aguzzini al governo e nelle istituzioni. Giorgio Napolitano che incensa gli eroici militari, Grasso e Boldrini che parlano di “pesantissimo tributo di sangue”, Letta (il nipote) che esprime “cordoglio per un sacrificio lancinante”, un rituale collaudato e consuetudinario, una farsa così grande che non ha nemmeno il bisogno di essere denunciata. Forse una sano schifo riesco ancora a nutrirlo. Mi domando retoricamente a chi e per cosa stiamo pagando questo cosiddetto tributo (fa riflettere che finanche nella morte usiamo metafore che fanno riferimento alle tasse), perché evidentemente mi sfugge. Non so perché mandiamo 4000 tra uomini e donne a morire per una guerra di occupazione che è missione di pace solo per il fatto che i nostri soldati vengono ammazzati senza potersi difendere.

Un guerra per la destabilizzazione, una guerra per il controllo del narcotraffico, una guerra di corrotti e corruttori, un nuovo Vietnam.

Ho troppo rispetto per quei ragazzi che lasciano patria e famiglia per andare all’estero credendo di servire una nazione che in realtà li ha traditi, per arrivare a dire che dovremmo riportarli tutti indietro, perché è giusto eticamente e politicamente, perché sarebbe un atto di sovranità. No, loro non accetterebbero hanno troppo onore.  Quello che mi sento di dire è che non esiste nessun sacrificio, nessun tributo, nessun santo martirio, siamo impegnati a servire interessi stranieri, senza avere nulla in cambio nemmeno materialmente (volessimo essere prosaici).

Quantomeno che tacciano le Boldrini, i Grasso, i Napolitano di turno, ci provino almeno in un sussulto di insperata dignità. Chiedo troppo?