Prospettiva Quirinale. Succede ma se non succede …

Hanno insaccato Prodi! Così affermano blog e testate di centro destra, nel giorno in cui il professore viene bruciato alla quarta votazione per il Quirinale. Circa un centinaio i franchi tiratori della coalizione centro sinistra che hanno guardato altrove. Cosa succederà ora è veramente difficile a dirsi, pensando che domani 20 aprile alle 10 di mattina si svolgerà la quinta votazione e che questa richiederà solo la maggioranza dei votanti. Il PD (leggesi Bersani) confluirà su Rodotà (come vorrebbe gran parte della base) ponendo le basi per un flebile passo vero il Movimento 5 Stelle oppure troverà un altro accordo con il PDL, optando per un nome nuovo? C’è sempre Anna Maria Cancellieri, sostenuta dai montiani, che potrebbe forse sedare la disputa nella presidenza della Repubblica.

 

Se vincesse Rodotà…

Ad ogni modo, senza fantasticare troppo e fare dell’inutile toto Quirinale, cercando di estrarre un nome inaspettato dal cilindro, qual è la prospettiva con una vittoria di Rodotà?
Prima di tutto il quadro risulta questo. Il pannelliano ottantenne ex PCI, è stato sostenuto dai grillini e da una cinquantina di eletti del PD (così almeno sembra). Il PD si è così spaccato rendendo più che esplicite le divisioni interne e la debolezza di Bersani, costretto a trovare una terza soluzione per tenere uniti i parlamentari dopo due grossolani flop. Se Bersani convergerà su Rodotà potrebbero aprirsi spiragli con un esecutivo a supporto 5 stelle. Così paiono confermare le dichiarazioni dei parlamentari grillini.
A quel punto la partita Quirinale si chiude ma rimane l’incertezza di un esecutivo che non può reggersi su una maggioranza altalenante al Senato. Come riuscirà il centro sinistra ad ottenere la fiducia dal Movimento 5 Stelle (che tra l’altro non basta, serve pure quella del nuovo gruppo GAL)? Se Grillo persisterà (e così credo) nell’essere inflessibile, il meglio che può auspicare il centro sinistra è un governo di scopo che cambi la legge elettorale.

Tutti a votare con una quasi certa caduta di Bersani, una fase calante del PD con l’apertura della fase renziana e Matteo Renzi candidato premier, e un Berlusconi dato prima per sconfitto con qualche carta in più da giocare. Senza considerare che fino a nuovo ordine, Mario Monti è ancora primo ministro e continua a governare…

I social media spostano voti? No e la domanda è stupida

A partire dalla campagna elettorale di Obama nel 2008, opinionisti, esperti di relazioni pubbliche e comunicatori di ogni paese occidentale cercano di rispondere ad una domanda considerata fondamentale? I social media, tutto l’armamentario dei nuovi strumenti digitali, sono in grado di spostare voti?

Per comprendere la domanda e dare una possibile risposta va considerato il fatto che secondo una visione distorta della comunicazione politica, uno dei suoi fini ultimi consisterebbe nel convincere gli indecisi. Per “indecisi” si intende comunemente quella galassia di cittadini che pensano di andare a votare ma che non sanno quale partito o schieramento sostenere. In realtà ci sono varie categorie di indecisi, tra cui quella dei cittadini già orientati politicamente (secondo un’asse destra-sinistra) e la cui indecisione si riflette nell’alternativa voto (già orientato) e non voto.

Ed è proprio questa categoria di indecisi nella realtà ad essere una delle più importanti cui indirizzare i propri sforzi di influenza e convincimento. Questo perché la categoria pura di “indecisi” descritta sopra è di solito percentualmente irrilevante, senza considerare l’estrema difficoltà nel decidere di puntare su di essa. Dunque gli sforzi di uno staff politico-elettorale non si focalizzano quasi per niente su quel ‘target’, se così si vuole chiamarlo.

 

I social media non sono miracolosi

Detto questo perché un ambiente digitale come quello dei social media dovrebbe essere utile per spostare voti? O detto in altri termini, dovrebbero servire a convincere gli indecisi a cambiare un orientamento di voto? E poi, sarebbero in grado di farlo? Realizzare il massimo grado di persuasione là dove nemmeno comizi, radio e televisione sono mai arrivati? Il clima da nuovo millennio ha sostenuto queste aspettative troppo elevate, attribuendo ai social media caratteristiche miracolose, in grado di cambiare le sorti elettorali dei futuri politici e candidati.

 

Ma allora a che servono?

La realtà è molto meno fantasiosa ma altrettanto interessante. Innanzitutto i social media rappresentano un grandissimo contenitore di dati. Informazioni che si rivelando essenziali per chi gestisce le campagne elettorali perché si riesce sempre più e sempre meglio a profilare i propri possibili elettori, dall’altra parte i singoli cittadini/utenti hanno la possibilità di veder moltiplicate le notizie su programmi, discorsi, e tutto ciò che riguarda la campagna.

Senza entrare nel dettaglio in questo articolo, è risaputo che la potenza del lavoro svolto dal composito technology team di Obama nell’ultima campagna, risiede nell’aver creato una formidabile macchina organizzativa e di propaganda tramite il progetto Narwhal e Dashboard, la piattaforma per i 700mila volontari.

 

Consolidare un convicimento politico

I social media possono almeno aiutare a creare un convincimento politico? A questa domanda andrebbero attesi i risultati delle ricerche in questo campo ma a mio avviso anche qui il presupposto è errato: si tende a considerare il cittadino elettore come carta bianca su cui poter scrivere liberamente. La realtà è molto più complessa di così. Se pensiamo all’ambiente social come un contenitore di informazioni è facile credere che i messaggi in esso contenuti insieme con la libertà di scelta e la grande possibilità di interazione possano consolidare un convincimento politico. Crearlo da zero, lo ripeto, presupporrebbe di avere a che fare con automi, non con persone dotate di un minimo senso critico. Quindi rispetto ai tradizionali media come TV e Radio la differenza maggiore a mio avviso sta nella libertà e nel grado di interazione.

Nemmeno la televisione, che è comunque il mezzo ancora più pervasivo, è in grado di ‘spostare voti’ a livello significativo. Qualcuno crede veramente che, giusto per fare un esempio, il discorso di Berlusconi nel 2006 a proposito dell’abolizione dell’ICI abbia veramente prodotto un travaso di voti milionario da Prodi al centrodestra? Certamente, se un impatto decisivo lo ha avuto (e dovete dimostrarmelo), lo ha esercitato sui suoi elettori, quelli che non sarebbe andati a votare.

I social media, per concludere, non spostano sensibilmente voti, semmai li possono confermano. Il quesito iniziale è stupido e nasconde ingenuità.

 

E tu cosa ne pensi? Hai una visione diversa? Lascia un commento e convidi l’articolo se ti è piaciuto.

 

Se dietro la Corea ci sono gli Stati Uniti…

In altri termini, se dietro Kim ci fosse lo zio Sam?

 

Come ormai tutti sappiamo la Corea del Nord ha formalmente minacciato gli Stati Uniti. Mentre sul web il giovane dittatore Kim viene ridicolizzato e schernito pressoché da chiunque, gli unici a credere seriamente alla minaccia nordcoreana sembrano proprio gli americani.

La mia teoria è che la situazione che va profilandosi in quell’area del Pacifico è da guerra fredda e che gli unici a trarne un qualche vantaggio sono proprio gli Stati Uniti. Spiego perché.

Innanzitutto, forse è una banalità, questo clima di forte tensione incrementerà probabilmente l’esportazione di armamenti verso gli alleati americani, in primis la Corea del Sud ma non solo. In secondo luogo, questa occasione sembra proprio favorire l’attuarsi della strategia americana, già definita nel gennaio 2012 con l’esposizione del documento del Dipartimento della Difesa “Sustaining U.S. Global Leadership. Priority of 21st Century Defence”. Questa strategia consisterebbe in tagli al settore militare, ritiro graduale delle forze militari dal medioriente, spostamento dell’interesse sull’area del pacifico con tessitura di maggiori rapporti con gli alleati americani in funzione di contenimento della Cina.

Cosa rende credibile la dichiarazione di guerra nordcoreana rispetto ad altre intimidazioni che la dittatura nordcoreana ha lanciato nel passato?

Secondo l’analista Gianandrea Gaiani, la minaccia è credibile per il possesso effettivo di qualche sorta di ordigni nucleari e di missili a medio-lungo raggio che potrebbero raggiungere le basi americane a Guan, Hawaii e Giappone. Le forze in campo non sembrano tuttavia destare particolari preoccupazioni. La Corea del Sud dispone di una flotta all’avanguardia e di risorse militari incomparabilmente più numerose e moderne di quelle di Pyongyang. Se questo non bastasse ‘campeggiano’ 27 mila soldati americani ad appoggiare Seul, con artiglieria pesante e carri armati.

L’economia nordcoreana è devastata, dipende quasi esclusivamente dall’export di armi e dall’import energetico proveniente dall’alleato Cinese. Si aggiunge che il grande alleato e finanziatore, la Cina appunto, ha dichiarato di essere seriamente preoccupata della situazione e di non sapere cosa passa per la testa ai vicini del sud.

Alla Cina una guerra non conviene assolutamente e la Nord Corea è uno Stato cuscinetto in funzione antiamericana.

Quindi veniamo alla domanda che mi sono posto all’inizio: cui prodest? Se questa è la situazione, Kim Jong-un e i suoi generali sono forse impazziti? Si tratta forse del canto del cigno di una nazione che, oltre alle stupende parate militari, è sull’orlo dello sfascio definitivo?

Se dovesse azzardare qualche sorta di attacco la nordcorea verrebbe più o meno facilmente annichilita ma questo a mio avviso non sarebbe negli auspici americani.

Se dietro Kim c’è lo zio Sam, cioè se lo schizofrenico comportanto di Pyongyang fosse esattamente ciò che Washington voleva?